I dati odierni sulle vendite al dettaglio del mese di giugno confermano, pur se in maniera non univoca, il periodo di discreto rafforzamento della domanda da parte delle famiglie (che almeno per la metà, giova ricordarlo, si indirizza nell’acquisto di servizi). Ciò anche grazie al recupero di potere d’acquisto dovuto al permanere di una inflazione al di sotto dell’1%.

E’ quanto afferma l’Ufficio Economico della Confesercenti, commentando i dati diffusi questa mattina dall’Istat.

Se si esaminano i dati delle vendite in volume, osserviamo come la dinamica sia sostanzialmente positiva (+1,1% il tendenziale, +0,2% il 2^ rispetto al 1^ trimestre). Una tendenza che  accomuna tutti i comparti merceologici tranne l’informatica e gli elettrodomestici-tv. Questo è coerente con la previsione di variazione della spesa delle famiglie dello 0,6% su base annua, una variazione positiva, ma non così decisa, per ora.

La nostra preoccupazione deriva dal fatto che, però, continua ad essere in campo negativo la variazione in valore (quindi in volume il dato è ancora peggiore) nei primi sei mesi dell’anno per le piccole imprese (-0,3%), mentre è largamente positiva per la GDO (+1,4%). Continua, insomma, ad allargarsi la forbice tra i diversi formati distributivi. Della leggera ripresa dei consumi, in effetti, sembra aver beneficiato solo la grande distribuzione, anche grazie alla deregulation degli orari di apertura nel commercio; mentre per i negozi tradizionali si preannuncia l’ennesimo autunno difficile, con ulteriori chiusure di attività.

Per quanto riguarda l’inflazione, si conferma che quella di fondo è su livelli non preoccupanti, pari 0,7% e che non ci sono tensioni particolari. Il contributo principale continua a provenire dal comparto degli energetici. Questo favorisce, come detto, il recupero del potere d’acquisto delle famiglie, che però non è detto sia indirizzato tutto ai consumi. Il quadro dei prezzi, quindi, è caratterizzato da un periodo di sostanziale assenza di tensioni, sia sul fronte interno, sia su quello estero, dato l’andamento tendenzialmente cedente delle materie prime.

Indagine Confesercenti sul peso della tassa dei rifiuti nel 2015 nei comuni capoluogo di Regione. Alberghi, ristoranti e bar i più tartassati: pagano 1,2 miliardi. A Napoli la Tari più alta per le imprese di commercio e turismo, all’Aquila le tariffe più leggere. Vivoli: “Ormai è imposta locale slegata dal servizio di raccolta”
Salasso da rifiuti. La Tari, la Tassa sui Rifiuti che ha sostituito la Tares, potrebbe costare quest’anno ai contribuenti fino a 10 miliardi di euro, di cui 4 a carico delle sole imprese. L’aumento – di circa il 20% sullo scorso anno e di oltre il 100% dal 2008 – è dovuto al susseguirsi di nuove tasse e poi di ritocchi verso l’alto della tariffa da parte dei comuni in tutta Italia. Particolarmente tartassate le imprese della somministrazione e del turismo: da alberghi, ristoranti e bar arrivano complessivamente 1,2 miliardi del gettito Tari.
E’ quanto stima Confesercenti, sulla base di un’indagine sull’incidenza della Tassa sui Rifiuti nei vari capoluoghi di Regione italiani con l’esclusione di Trento dove vige una tariffa non confrontabile. L’analisi è partita da campioni tipo (tab.1) di diverse tipologie di imprese del commercio e del turismo, al fine di effettuare su questi un’analisi statistica dei rispettivi tributi applicati nei diversi comuni presi in considerazione. Dalle rilevazioni emerge una vera babele tributaria in cui, a parità di condizioni, si rilevano forti differenze da città a città non solo in merito all’importo della tassa, ma anche in merito alle esenzioni e alle agevolazioni e relativamente alla qualità del servizio e alla sostenibilità ambientale.
Tra i comuni capoluogo d’Italia (tab.2), è a Napoli dove si registra la Tari media più alta a carico delle imprese del commercio e del turismo esaminate: 5.567,89 euro, un valore l’84% superiore a quello di Milano. In seconda posizione Firenze, dove le attività dei due settori pagano in media 4.975 euro l’anno, seguita da Roma (4.902 euro). La Tari media più leggera si paga invece a L’Aquila: sono 1.473 euro l’anno, il 278% in meno rispetto a Napoli. Bisogna considerare, però, che il Comune abruzzese sembra aver scelto di mantenere basso il tributo, una posizione di tipo politico dell’amministrazione locale per non gravare ulteriormente sulle attività commerciali e turistiche della città, già provate dal sisma – i cui sgravi di emergenza sono terminati nel 2011 – e dalla crisi economica degli ultimi anni. Dopo L’Aquila, la Tari media più leggera si versa ad Aosta (1.745,03 euro), seguita in terza posizione da Campobasso (1.881,09 euro).
Tra le categorie di impresa (tabelle 3 e 4), la Tari pesa soprattutto sugli alberghi: l’esborso arriva fino agli oltre 15mila euro annuali richiesti a Napoli. L’Aquila è il comune dalla mano più leggera: solo 3.249 euro. Elevatissimo anche il contributo richiesto a ristoranti, trattorie e pizzerie, seconda categoria più tartassata: per un’attività di 200 metri quadri, si può giungere a pagare, a Venezia, quasi 12mila euro l’anno. Oltre cinque volte l’importo di Campobasso, dove si pagano poco più di 2.400 euro. Il Comune di Venezia è il più caro anche per un bar, caffè o pasticceria. L’amministrazione ha distinto la tariffa applicata al centro storico con quella applicata alla terraferma: sono entrambe le più elevate, con rispettivamente 4.663,05 € e 4.382,70 € di spesa. Ad Aosta l’esborso è di circa 900 euro.
Il peso dell’imposta scende considerevolmente se si considerano gli esercizi commerciali per la vendita di alimenti. In questo contesto è a Torino la Tari più cara, con un importo vicino ai 3.900 euro. Le tariffe più basse all’Aquila (817 euro). Per i negozi d’abbigliamento Roma risulta il Comune con la Tari maggiore: si pagano oltre 2.300 euro. Un importo incommensurabile rispetto a quello pagato dai commercianti di Milano: nonostante le due città abbiano dimensioni simili, i colleghi milanesi pagano 824 euro, un terzo dei romani. All’Aquila pagherebbero solo 400 euro.
Nemmeno le bancarelle sfuggono alla Tari, considerate dalla tassa alla stregua di un’attività fissa di tipo annuale. Se si prende in esame un banco di mercato di generi alimentari, la tariffa più alta è a Genova, dove raggiunge i 1.522 euro. La Tari più bassa, invece, si paga ad Aosta: 426 euro. Il valore massimo di spesa per la TARI per i distributori di carburanti è risultato quello del Comune di Potenza, pari a 1.957 euro, poco più dei 1875 euro pagati a Roma. Piuttosto distaccata Firenze, che chiede 1.382 euro. Il valore più basso, ancora una volta, è quello dell’Aquila, pari a circa 372euro, seguita da Campobasso (532 euro) e Aosta (600)
“Più che una tassa legata ad un servizio” spiega Massimo Vivoli, Presidente di Confesercenti, “la Tari sembra essere ormai diventata un’imposta locale basata sulla superficie dell’attività e del tutto slegata dalla effettiva produzione di rifiuti e dall’efficienza dei sistemi di raccolta. Un tributo salatissimo, che praticamente in tutti i comuni non appare proporzionato né ai consumi prodotti né al servizio ricevuto e che sta mettendo in ginocchio le imprese del commercio e del turismo. Ci sono state già proteste in molti comuni in tutta Italia. Per questo – annuncia – scriveremo al Presidente del Consiglio Renzi e al Presidente dell’Anci Fassino per individuare soluzioni”.
“La difformità territoriale non è l’unico problema”, spiega ancora Vivoli. “Il prelievo della Tassa sui Rifiuti è cresciuto continuamente negli anni, non solo per le imprese ‘inquinanti’, ma anche per quelle più attente, che riciclano e producono meno rifiuti. E’ evidente, a questo punto, che occorra rivedere al più presto la struttura dell’attuale sistema di prelievo, ridefinendo con maggiore puntualità coefficienti e voci di costi in base al tipo e al quantitativo e qualità di rifiuti effettivamente prodotti, premiando piuttosto chi mette in atto azioni di riduzione della produzione dei rifiuti e chi ricicla. L’annunciata istituzione della Local Tax è l’occasione giusta per evitare che, per una volta, l’imposta diventi l’ennesimo strumento per mascherare le inefficienze delle amministrazioni locali spalmando i costi impropri sulle imprese”.

Nel momento in cui sembra tornare di attualità la cosiddetta “tassa sui viaggiatori” cui potrebbero essere soggetti i passeggeri di navi e aerei per finanziare le Città Metropolitane (ma applicabile anche agli imbarchi e sbarchi di passeggeri in porti e aeroporti della regione di appartenenza) e proposta dall’ANCI come emendamento al D.L. 78/2015 che sta compiendo il suo iter parlamentare, Assoturismo-Confesercenti Emilia Romagna esprime la più netta contrarietà ad introdurre un ulteriore balzello che andrebbe a gravare sui turisti e che ovviamente andrebbe a sovrapporsi alle tasse attuali (vedi imposta di soggiorno): evidentemente qualcuno pensa che il turismo si possa sviluppare “spremendo” ulteriormente i viaggiatori, a quando allora una tassa sull’aria che respirano o sul suolo che calpestano?

E’ l’ennesimo ostacolo alla competitività del sistema turistico Italia sostiene Filippo Donati presidente regionale e nazionale Assohotel -  Si continua a tassare il turismo che porta ricchezza, togliendo così ricchezza al paese”

“Introdurre ulteriori tasse sul turismo o su altre attività economiche è senz’altro una strada sbagliata – sostiene Stefano Bollettinari, direttore di Confesercenti Emilia Romagna – considerando la già abbastanza elevata pressione fiscale; occorre invece reperire risorse diminuendo la spesa pubblica improduttiva e investire maggiormente per il miglioramento delle infrastrutture, dei trasporti, della qualità ambientale delle destinazioni e rafforzando la promozione, se vogliamo davvero aumentare il Pil turistico e l’occupazione del settore”.

Soddisfazione per la scelta di firmare l’accordo Carta Italia tra ministero dello sviluppo economico , gli operatori del commercio elettronico, Indicam e Netcomm, che prevedere un bollino che certifica che il prodotto che si acquista sui siti che aderiscono al protocollo non sia contraffatto, è stata manifestata dalla Confesercenti E.R.

Da anni, spiega il presidente di Confesercenti E.R.,Roberto Manzoni, ci battiamo contro l’abusivismo e l’illegalità, che pesa non solo sui commercianti che si vedono defraudati dei loro prodotti, ma anche su chi compra che non ha la garanzia della qualità della sua spesa. Lo sviluppo dell’e-commerce, che per molti versi ha risollevato una parte del commercio, contempla tuttavia una dose di rischio nel non poter accertare l’autenticità della merce. Con questo accordo, finalmente, si compie un primo passo per la tutela di chi da sempre contribuisce a mantenere “alta” l’immagine e la qualità della propria professionalità. Speriamo che i siti che aderiranno al protocollo siano numerosi. Da parte nostra lo promuoveremo presso i nostri associati”.

Confesercenti regionale, in relazione ai dati diffusi da Unioncamere Emilia Romagna, esprime soddisfazione per la ripresa delle vendite al dettaglio nel primo trimestre 2015 (+3%), anche perché ciò avviene dopo molti anni di dati sostanzialmente negativi e di freddezza dei consumi; inoltre, perché si tratta di un trend positivo ascrivibile soprattutto al dettaglio specializzato e quindi alla piccola distribuzione che ha messo a segno un +4,5% ed auspica che questa tendenza si consolidi in corso d’anno.

Nello stesso tempo però l’Associazione, sempre a proposito dei dati contenuti nell’indagine, manifesta preoccupazione per la flessione del numero delle imprese (-0,8%) che a fine trimestre diminuiscono di 395 unità a livello regionale, rispetto a un anno prima, con un trend più accentuato rispetto a quello nazionale. Ciò significa che sono ancora molto difficili le condizioni di chi fa impresa ed è sempre più necessario agire per abbassare la pressione fiscale e attuare la semplificazione burocratica.

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